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Thema
Fokus mensch
La paziente di SM siede su una panchina a guardare il sole tramontare dietro alle montagne
02.07.2020

Un passo verso il mio io interiore: allenamento dell’attenzione durante la riabilitazione nella SM

Ho iniziato la riabilitazione da tre settimane. I temi che devo affrontare sono tanto diversi quanto le persone che incontro. C’è una cosa però che noi tutti lì abbiamo in comune: in qualche modo abbiamo smarrito il nostro io interiore. Nel mio caso è a causa della SM e di tutti gli impegni quotidiani che a volte mi travolgono. Avere la percezione di sé, sentirsi tranquilli, trovare la motivazione, funzionare di nuovo, essere di nuovo se stessi: questi sono gli obbiettivi che perseguiamo tutti.

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Osservare il mondo con attenzione

Passeggio per la città. “Attenzione” è una parola che mi sembra di sentire e leggere ovunque. Ma è davvero questo che si intende? Correre facendo più attenzione a ciò che ci sta intorno e saper riconoscere quello di cui abbiamo bisogno? È davvero così semplicistico? Imparerò che non è così. Non può essere così, perché noi umani siamo esseri molto più complessi, e allo stesso modo è più faticoso, molto più faticoso che semplicemente percepire i fiori e il cinguettio degli uccelli quando si è in mezzo alla natura.

Sì, voglio affrontare il tema “mindfulness”, ma è proprio questo il punto: “attenzione” non è solamente questo. Ci vuole lavoro. Ovviamente cerco anche su Google e scopro che esiste persino un istituto per l’attenzione, Institut für Achtsamkeit. Qualcosa di vero ci dev’essere.

Nella clinica sto frequentando due volte al mattino l’allenamento dell’attenzione. La prima volta è stata un disastro. Mi sono sdraiata come tutti quanti sul tappetino facendo quello che la signora ci diceva di fare. Devo fare una premessa: ero arrivata all’incontro già un po’ spazientita e non ero stata né salutata, né mi era stata fatta nessuna introduzione al tema. Perciò ero già con la luna storta. Sono una maniaca del controllo e in questo tipo di “eventi” faccio molto caso alle basi: i nuovi arrivati andrebbero accolti e informati. Nonostante ciò, resisto alla voglia di scappare e l’insegnante inizia un “viaggio corporeo”. Stendersi, rilassarsi e lasciarsi cadere.

Constatazione n. 1: ho meno sensibilità a destra rispetto a sinistra, perciò assumo sempre una postura storta. Nel senso che tendo a inclinarmi verso destra.

Constatazione n. 2: sento un formicolio.

Constatazione n. 3: ora comincia a formicolarmi anche il viso.

Constatazione n. 4: ora devo concentrarmi sul piede. Però non so quale. Scelgo il destro, visto che è quello che mi sento tirare di più e più soggetto ai crampi.

E così per tutto il corpo. Finita la sessione ne ho abbastanza e, “casualmente”, mi “dimentico” del secondo incontro della settimana. Do priorità all’appuntamento dal ginecologo (ho persino una buona scusa). La terapia individuale non va molto bene. La terapeuta mi spiega che c’era da aspettarsi che le mie emozioni avrebbero reagito in quel modo all’allenamento dell’attenzione. Vabbè.

Per niente facile: percepire se stessi e lasciarsi andare ai sentimenti

Nonostante ciò, ammetto che nella frase “Devi essere un po’ più attenta” ci sia un fondo di verità. Di solito questa frase la si rivolge in modo lapidario a un bambino sbadato o che non ascolta. Ma noi invece? Siamo davvero così attenti? Ora mi rendo conto che ci vuole un po’ di esercizio per diventare più attenti nella quotidianità. Nel mio caso, devo fare lo sforzo di spegnere questa voce o irrequietezza interiore che mi spinge sempre a dover fare qualcosa, senza riconoscere nessuna priorità e percependo tutto come molto urgente. Devo davvero imparare a percepire quello che sente il mio corpo nel “qui e ora”. Magari un po’ di tranquillità gli farà bene? Riuscirò a fargli sentire quante cose si possono fare nel presente?

Corpo astratto dietro a vetro

Quindi c’è molto di più dietro che sopportare il silenzio, tenere insieme i pensieri senza lasciarli continuamente vagare altrove. Distendere il corpo e lasciarsi andare dà avvio a un processo che coinvolge i pensieri e le azioni, appunto la cosiddetta mindfulness o “attenzione”. Perciò mi lascio andare, perché è questo ciò che mancava. Lasciare entrare i sentimenti a cui mi voglio opporre, da cui io stessa cerco di nascondermi. Mi rendo conto che indosso una maschera che dice “va tutto bene, sono forte”.

Ignorare il corpo fa male

Il programma di riabilitazione consiste in attività quotidiane in palestra, cosa che mi fa anche comodo visto che mi permettono di prepararmi più che mai al mio obiettivo di quest’anno, ossia la mezza maratona. Nonostante ciò, non ho appreso ancora più di tanto per quanto riguarda il discorso “attenzione”. Corro e faccio sollevamento pesi. Mi sento bene e in forze. Ma sono un’esperta nell’ignorare le cose.

Il mio corpo lo adora. I dolori se ne vanno, ma io sono più veloce. Mi rendo conto della sensazione solo quando qualcosa non va più. Seduta su un attrezzo, tutta sudata e con i crampi, come se il mio corpo stesse per collassare. Improvvisamente sento il gelo, mi viene la pelle d’oca in tutto il corpo e tremo. Me ne sto lì seduta sperando che nessuno lo noti.

Dopo qualche minuto che mi sembra durare un’eternità, riesco perlomeno ad alzarmi e a trascinarmi sotto una doccia bollente. Inizio a sentirmi la tachicardia. Mangio una barretta e spero che tutto si sistemi in fretta. Il resto della giornata è andato. Mi sento in un pessimo stato. Non sono stata corretta con me stessa. Almeno riesco a riconoscerlo. Ho ignorato tutti i segnali che il corpo mi ha mandato: gengive infiammate, leggera tosse, nuovi segni di infezione alla vescica.

Soffione al tramonto

L’attenzione viene da dentro

Per imparare la lezione dell’allenamento dell’attenzione ci ho dovuto sbattere la testa. Come sempre faccio ancora la dura perché mi sento offesa e furiosa. Questa rabbia che ho dentro non se ne vuole andare, almeno fino all’incontro successivo nella clinica. Il tema? “Paura”. Sono sorpresa: paura? In che senso e cosa ha a che fare con me? Presto arrivo a capire il nesso ed ecco che la rabbia pian piano se ne va.

Proprio così: come mi ha continuato a ripetere la mia terapeuta fin dal primo giorno, il mio problema è la paura. Paura di perdere il controllo, per questo corro via. E “corro” proprio nel vero senso della parola. Corro via sia fisicamente che mentalmente finché non ce la faccio più, perché correre richiede moltissima energia. Nemmeno il cavernicolo che scappava dalla tigre dai denti a sciabola avrebbe potuto farcela, perciò imparò a escogitare delle trappole. Mi era finita l’energia, e purtroppo la tigre era lì ad aspettarmi. Ma nella “sfortuna” ho avuto la fortuna di cadere nella mia stessa trappola.

Bisogna imparare dai propri errori, vero? Decido così di guardarmi dentro e di affrontare la paura facendo un “allenamento dell’attenzione”.

Imparo ulteriori tecniche e possibilità con cui riuscire a trovare la tranquillità. Vado alla terapia del respiro per imparare a gestire la respirazione e a lasciarmi andare. Anche qui mi sento sotto pressione, ma deve funzionare! Almeno per addormentarmi funziona. Noto che finora questa è la tecnica che mi si addice di più, ma ho intenzione di fare altri tentativi per intraprendere un “viaggio tra i sogni”, per provare il training autogeno e per dare una possibilità al “viaggio corporeo” (attivo o solo con il pensiero). Spero di trovare il modo per arrivare alla tranquillità e per acquisire una nuova forza.

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